Eppure, in quella verità, il desiderio non è scomparso. Si è trasformato. Più profondo, più lento, più mio.
Non ricordo quando il mio corpo ha iniziato a parlare. Forse quando qualcuno ha iniziato a guardarlo davvero. O forse quando ho capito che il movimento poteva dire ciò che la voce non sapeva più sostenere.
Mi hanno chiamata forma, linea, armonia. Hanno seguito le curve, indugiato sulle pause, cercato un senso nei vuoti tra un gesto e l’altro. E io lo sapevo.
Sapevo di piacere.
Non come una vanità superficiale, ma come una consapevolezza silenziosa, calda, che nasce nella pelle e scende più in profondità. Il mio corpo sapeva attirare, prima ancora che io capissi come. Ma dentro, ogni passo nasceva da una frattura. Ogni apertura era una ferita che imparava a respirare.
All’inizio ero immobile. Esposta. Come se il mio corpo fosse un’immagine da contemplare, non un luogo da abitare. Eppure, sotto quella quiete, qualcosa vibrava. Un’energia sottile, quasi sensuale, che chiedeva di essere liberata, non mostrata.
Poi qualcosa mi ha attraversata. Un impulso invisibile. Una presenza che non potevo vedere, ma che scivolava addosso come un pensiero intimo. Danzavo senza sapere per chi.
Amavo senza sapere cosa. E nel gesto, nel contatto con l’aria, sentivo il mio corpo rispondere, aprirsi, offrirsi senza concedersi del tutto.
C’era fiducia in quella cecità. Un abbandono dolce. Il piacere sottile di sentirmi viva dentro ogni movimento, desiderabile anche senza uno sguardo preciso a cui appartenere. Ma il dubbio entra sempre dal punto più fragile. Un’inclinazione minima, un respiro trattenuto. E il movimento cambia.
Ho iniziato a guardarmi mentre danzavo. A cercare un volto dentro ciò che sentivo. A chiedermi se ciò che accadeva fosse davvero mio, o solo riflesso negli occhi degli altri. Ho iniziato a piacermi davvero. Il corpo non era più solo qualcosa da offrire, ma qualcosa da ascoltare.
Ogni movimento era una prova. Non per essere desiderata, ma per essere vera. Mi sono fermata. Distesa. Il corpo caldo, presente, attraversato da tutto ciò che era stato. Non c’era più danza. Solo pelle, respiro, esistenza.
E in quella sospensione ho capito.
Non dovevo rinunciare alla mia bellezza. Non dovevo nascondere il piacere di essere guardata. Dovevo solo smettere di dipendere da quello sguardo.
Quando mi sono rialzata, il movimento era diverso. Più lento. Più consapevole. Più intimo. Ora il corpo non chiede. Non si offre. Non si difende.
Accade.
So di poter attrarre. Ma non appartengo più a chi guarda. Ogni gesto porta dentro una memoria, una tensione, un desiderio che non ha bisogno di essere spiegato. Ogni linea è attraversata da qualcosa di vivo, di sensuale, di inevitabile.
E in questa danza, fragile e precisa, l’amore non è più qualcosa da cercare nello sguardo degli altri, né un riflesso da inseguire. È una presenza che abita il corpo. Un equilibrio sottile tra ciò che mostro e ciò che trattengo.
Tra ciò che si vede e ciò che, silenziosamente, continua a bruciare dentro.











